Little Italy, ma dove sono gli italoamericani?

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Dopo aver passato i giorni nel West Side, sono curioso di andare nell’East Side. Quasi tutta la parte ovest è considerata quella più trendy e chic, mentre l’East è più per i vecchi ricchi, poi scendere sempre di più verso Chinatown e Little Italy, anche se di Italy c’è ben poco. Uscendo dalla metro di Spring street, vado verso destra ritrovandomi per Avenue Lafayette. Altro che Little Italy, qui sono tutti locali francesi!

Pasticcerie che vendono macaron, ristorantini “chez Pierre” e altri nomi francesi, negozietti di saponi provenzali, dall’altro lato della strada intravedo Pizza con nomi tipici italiani: Pino, Gino, Nino, chissà com’è i nomi italiani all’estero sono corti e finiscono in –ino!

I negozi si tramutano in rosticcerie dove vendono formaggi italiani: pecorino, parmigiano reggiano, ricotta fresca, mozzarella di bufala, prodotti tipici, ma attraversato la strada, lasciandomi alle spalle “French Town” mi accorgo che d’italiano c’è rimasto solo il “-ino”!

In uno dei ristoranti, scopro che i nuovi proprietari sono sudamericani, nonostante ascoltassero musica di Toto Modugno, e che China Town a poco a poco si stava espandendo facendo diventare sempre più piccola la nostra “Little Italy”!DSC02104

Un ragazzo italo-americano percepisce che sono italiano e cerca di parlarmi nel suo italiano, che è un misto tra il dialetto dei paese dei suoi genitori, nel Sud Italian e inglese. Molti degli italoamericani credono che il loro italiano sia quello giusto, ma essendo un patois di inglese e dialetto è incomprensibile, così gli chiedo di parlare in inglese e spiegarmi la fuga degli italiani. Mi spiega che il nuovo quartiere dove si può trovare il sapore autentico dell’Italia è il Bronx. Per la precisione, la zona di Arthur Avenue, nel quartiere Belmont, che secondo i suoi leader ambisce a diventare il prossimo “Village” della città.

Per decenni Little Italy ha significato l’area di Manhattan intorno a Mulberry Street, dove tra l’altro ogni settembre si tiene la festa di san Gennaro. Esiste ancora, ma i cinesi diventano sempre più numerosi e perfino la festa che si tiene a giugno, dove si tiene una fiera dei sapori italiani, sta a poco emigrando verso i sobborghi. Per non parlare che ora è diventata solo che una destinazione turistica per gli italiani.

Un altro ragazzo, Gino ( si fa chiamare così, ma il suo vero nome è José ) mi consiglia di prendere la metro verso Grand Central Terminal, e avventurarsi al Bronx. La Little Italy di Arthur Avenue ha grosso modo la stessa età di quella di Manhattan, ma per ragioni geografiche è sempre rimasta una sorella minore. Anche qui c’è stata la trasformazione demografica che ha cambiato la zona di Mulberry Street, legata soprattutto al positivo sviluppo della maggior integrazione degli italiani: mano a mano che hanno cominciato a fare soldi, e crescere nella scala sociale, sono andati ad abitare in quartieri più ricchi e meno identificati con una minoranza specifica. Hanno avuto successo, diventando così più americani e meno italo.

Il discorso vale anche per Arthur Avenue, dove ormai il 63% della popolazione è ispanica e alle finestre si vedono anche parecchie bandiere albanesi. Il carattere italiano delle strade e dei negozi, però, è rimasto più autentico, forse proprio grazie all’isolamento. I prodotti, dalle soppressate ai torroni, arrivano spesso direttamente dal Belpaese, e alcuni proprietari non sono neppure nati in America. Emigrati nel senso letterale della parola, anche se stanno a New York da una vita.

Per decenni questa comunità è rimasta nascosta, oscurata dalla popolarità della Little Italy di Manhattan, e forse è anche per questo che rimane ancora genuina e poco turistica, ma gli italiani di New York, oramai lo sanno- Gli ex abitanti che si sono trasferiti in quartieri più ricchi continuano a tornare, per fare la spesa o rivedere gli amici, mentre un nuovo pubblico fa la fila nei negozi, attirato dal fascino di scoprire sempre posti nuovi. Aiuta poi il fatto che a due passi ci siano il Botanical Garden e lo zoo del Bronx, perché molti visitatori finiscono su Arthur Avenue per il pranzo o la cena.

E dire che nel 1950 erano più di cinquantamila gli abitanti di questa zona di New York che si identificavano con l’etichetta di italo-americani. Fra questi 2149 erano nati in Italia. Cinquant’anni dopo, nel censimento del 2000, questo numero era diminuito drasticamente: solo 44 residenti di Little Italy erano nati in Italia mentre in generale la popolazione italo-americana nelle stradine fra Mulberry, Mott e Elizabeth Street si era ridotta a solamente il 6 per cento del totale..

Eppure i turisti americani in visita a New York continuano ad andare a Little Italy alla ricerca di un’esperienza “very Italian”, ignari che come me invece di trovare Gino o Pino trovano José e Pedro, o peggio Wing e Liu!

Vanno a mangiare da Sambuca Cafe, su Mulberry Street, vanno ad assaggiare i cannoli di Ferrara’s su Grand Street, vanno a fotografare le vetrine della salumeria Di Palo’s all’angolo di Mott Street.

.Ironicamente e con una punta spregiativa sono soprannominati “gli italiani del sabato”, come dire che arrivano a New York in un giorno non lavorativo e per qualche ora si illudono di vivere un momento italiano solo perchè i ristoranti hanno tovaglie a quadri bianchi e rossi stile trattoria, la musica sono nostalgiche canzoni napoletane e nelle vetrine ci sono statuette e immagini di santi che fanno pensare al binomio “italiano uguale cattolico”.

Un’altra zona dove c’è un forte afflusso di popolazione italoamericana è a Bensonhurst, il quartiere italiano di Brooklyn, dove i turisti non ci vanno quasi mai. E’ qui, lungo Cristoforo Colombo Boulevard, dove si sente ancora parlare dialetti italiani e dove circa 20 mila persone ancora considerano l’italiano la loro lingua principale. A settembre si celebra perfino  la festa di Santa Rosalia, patrona di Palermo.

Fabio Chiarini

Foto (copyright Fabio Chiarini per New York New York)

2 Comments Add yours

  1. Anonimo scrive:

    Si sono naturalmente evoluti in cinesi. Del resto siamo stati i cinesi d’Europa, a livello manufatturiero, anche se l’antropologia non è specularmente sovrapponibile. Questione di cicli. E poi per macerarsi nel caleidoscopio di Little italy non occorre fare ‘check-in e indovinare il ‘gate’: più Little italy dell’originale…

    1. Fabio Chiarini scrive:

      beh c’è da dire che ovviamente la maggior parte dei turisti e viaggiatori italiani, vanno alla ricerca della loro parte “italiana” nella metropoli americana, e vedendo che non rispecchia più quello che si pensava, uno rimane anche un pò deluso. E quindi uno pensa? Chissà se c’è ancora qualche traccia di Little Italy a New York…

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